MARIO
GIACALONE
"La
chiave" (Mediometraggio 2004) |
Il
film è percorso dal filo conduttore di una ricerca di significati
che accomuna, anche se su piani sfalsati, il protagonista e lo spettatore,
in un ansia di certezze che è ora inseguimento di risposte ultime,
ora necessità di riempire i vuoti di informazioni non svelate.
Apprezzabile nel complesso (anche alla luce dei mezzi limitatissimi
con il quale è stato realizzato), velleitario e ingenuo a tratti,
pretenzioso forse, "la chiave" è comunque un film sulla
comune tragedia umana del non sapere chi siamo, da dove veniamo e dove
andiamo, e per questo certamente non facile e di conseguenza coraggioso.
La prima domanda che è il film ci impone è cosa sia "la
chiave", laddove il protagonista, che evidentemente sa qualcosa
che a noi non è stata rivelata, è invece impegnato a chiedersi
dove trovarla. La mente salta subito all'"Aspettando Godot"
di Beckett, e come per l'opera del drammaturgo irlandese, la risposta
alla fine non arriva, lasciandoci invischiati nelle sabbie mobili di
congetture non verificabili. Cosi', tanto per l'opera di Beckett quanto
per il film di Mario Giacalone (anche se un paragone qualitativo tra
le due opere sarebbe per forza di cose improponibile), non siamo autorizzati
ad attribuire all'oggetto della ricerca (o dell'attesa) un'identità
ben precisa, per cui accettiamo la consapevolezza di doverci muovere
nel territorio brumoso dei "forse" e dei "probabilmente".
Il film si snoda in un continuo rinnovarsi di incontri e di aspettative
non corrisposte, nel passaggio da una stanza all'altra, nell'alternarsi
di porte che si aprono e si chiudono, e rimanda all'idea di un viaggiare
statico, di un "on the road" labirintico alla ricerca del
filo di Arianna.
E per ogni incontro c'è una risposta, per ogni risposta un'illusione
e il doppio errore di chi crede che quella sia "la verità
assoluta" e di chi (Jack, il protagonista) si convince, invece,
che nessuna verità è stata svelata. Jack è evidentemente
uno da tutto o niente, intollerante ai compromessi, e per questo impossibilitato
ad accettare le verità parziali. Ma forse, a pensarci bene, non
certo il terrorismo, non il fanatismo, non l'esercizio di potere a scapito
di qualcun altro, non l'autodistruzione, ma la fede, il misticismo,
l'arte, persino il sesso (anche quello fine a se stesso), possono fungere
a volte, seppure solo in parte, da restitutori di senso laddove ogni
ragione sembra smarrirsi. Ed è questo che Jack non coglie. Bella
ancora la parte del bambino, personificazione dell'avvenire, che sconfigge
il male, anche se ci auguriamo che per far cessare la sofferenza, non
ci sarà piu' bisogno di armare alcuna mano, perchè, come
dicevano i pacifisti negli anni '60, "combattere per la pace è
come scopare per la verginità". Ma consoliamoci pensando
che ci sarà sempre una speranza finchè potremo guardare
negli occhi di un bambino; e se la speranza non è di per se'
una risposta, quantomeno ci aiuta a vivere senza. E alla fine resta
l'amore, restano un lui e una lei a cielo aperto, sovrastati da un'infinitudine
di stelle e misteri e domande che non avranno risposta e occorre stringersi
forte per non restare schiacciati di fronte a tanto silenzio.
Ma lasciatemelo dire con le parole di Daniel Pennac, quando si lascia
prendere dalla frenesia del cuore e grida "...Corri Malaussene,
la terra è rotonda e non ci sono risposte, ci sono solo le persone,
l'unica risposta si chiama Julie, ... e da quando in qua uno ha bisogno
di risposte mentre corre verso Julie? Anche colui che corre verso la
donna amata, colui che corre verso il grande amore fa girare il mondo".
Possiamo ancora chiederci se la risposta non risieda, in ultima analisi,
in un rifiuto di porsi domande, nell'essere semplicemente al mondo,
naufraghi su una barca ignorando la deriva, e ascoltare il grande respiro
dell'universo che, come scopri' Siddartha, sussurra piano ai nostri
orecchi la sillaba "om".
Ognuno scelga la sua risposta, dunque, ma io preferisco di gran lunga
quella che suggerisce il film, quelli che suggeriscono gli innamorati
agli angoli delle strade, quando il senso della vita è tra le
loro braccia e non bisogna farselo sfuggire; io preferisco un mondo
banale di apostrofi rosa e baci perugina e specchiarmi e perdermi nel
fondo piu' fondo degli occhi di un'altra. E allora corri Malaussene,
l'unica risposta si chiama Julie...
Ettore
Frezzato